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“Mezzogiorno e mezzo di fuoco” è la commedia più divertente di sempre

Mel Brooks sorridente
Mel Brooks. Foto: Wikimedia Commons.

Alla fine l’American Film Institute si è arreso. Dopo ventisei anni, proteste, battute e una quantità imprecisata di mugugni brooksiani, Mezzogiorno e mezzo di fuoco è stato proclamato la commedia americana più divertente di sempre. Un riconoscimento assegnato nel giorno del centesimo compleanno di Mel Brooks e accolto con la solennità che merita un western nel quale cowboy, razzisti, burocrati, ballerini, cavalli e perfino il cinema stesso finiscono travolti dalla stessa gigantesca pernacchia.

L’American Film Institute ha definito l’operazione una «riorganizzazione onoraria» della storica classifica 100 Years… 100 Laughs. Tradotto: per il compleanno di Brooks, Blazing Saddles è passato dal sesto al primo posto, scavalcando A qualcuno piace caldo, che guidava la graduatoria dal 2000.

“Mel Brooks sosteneva da anni che il suo film dovesse essere al primo posto. Per i cent’anni, l’AFI ha finalmente ammesso che aveva ragione.”

Brooks non aveva mai fatto mistero del proprio disappunto. La sua posizione era sobria e misurata: Mezzogiorno e mezzo di fuoco avrebbe dovuto essere primo, seguito da cinquanta posizioni vuote prima di ammettere un altro concorrente. L’AFI ha evitato di lasciare cinquanta righe bianche, ma almeno gli ha consegnato il trono.

Le prime dieci commedie americane secondo la nuova classifica AFI

  1. Mezzogiorno e mezzo di fuoco
  2. A qualcuno piace caldo
  3. Tootsie
  4. Il dottor Stranamore
  5. Io e Annie
  6. La guerra lampo dei Fratelli Marx
  7. M*A*S*H
  8. Accadde una notte
  9. Il laureato
  10. L’aereo più pazzo del mondo

Il western fatto saltare in aria

Quando uscì nel 1974, Mezzogiorno e mezzo di fuoco non si limitò a prendere in giro il western. Lo fece a pezzi, ne rovesciò i miti, ne trascinò il razzismo fuori dalla zona protetta della retorica americana e lo espose in tutta la sua stupidità.

La cittadina di Rock Ridge, abitata quasi interamente da persone che si chiamano Johnson, viene affidata a uno sceriffo nero nella speranza che il razzismo degli abitanti provochi il caos. Bart, interpretato da Cleavon Little, comprende subito di essere circondato da idioti e usa la loro stupidità contro di loro. Ad aiutarlo arriva il pistolero alcolizzato Jim, il Waco Kid di Gene Wilder.

Brooks non cercava di rendere il western più moderno o inclusivo. Voleva mostrare quanto fossero fasulli i suoi codici: la virilità, l’eroismo, la frontiera, la rispettabilità bianca. E lo fece usando battute che ancora oggi farebbero venire un attacco di panico a metà dei dirigenti di uno studio cinematografico.

“Non prendeva in giro soltanto il western. Prendeva in giro l’America che il western aveva raccontato fingendo di non vederne il razzismo.”

Richard Pryor, il genio lasciato fuori dall’inquadratura

Una parte decisiva dell’irriverenza del film porta la firma di Richard Pryor. Brooks lo volle nel gruppo di sceneggiatori perché nessuno, in quegli anni, sapeva affrontare razza, linguaggio e ipocrisia americana con la sua stessa ferocia.

Richard Pryor nel 1973
Come sarebbe potuto essere…

Pryor contribuì al tono corrosivo della sceneggiatura insieme a Mel Brooks, Andrew Bergman, Norman Steinberg e Alan Uger. La sua presenza impedì che il razzismo diventasse soltanto un bersaglio facile per bianchi progressisti soddisfatti di se stessi. Pryor lo conosceva dall’interno e sapeva trasformarlo in materiale esplosivo.

Brooks avrebbe voluto affidargli anche il ruolo dello sceriffo Bart. La Warner Bros., però, lo considerava inaffidabile a causa dei suoi problemi di droga, degli arresti e della reputazione di artista ingestibile. Il veto della major costrinse Brooks a scegliere Cleavon Little, che offrì un’interpretazione perfetta, elegante e lucidissima.

Resta il paradosso: Hollywood accettò l’irriverenza di Pryor sulla pagina, ma non volle assumersi il rischio di mostrarlo al centro dell’inquadratura. Era abbastanza geniale per scrivere lo sceriffo, ma troppo pericoloso per interpretarlo.

“Pryor contribuì a rendere il film una bomba satirica. Ma la major lo giudicò troppo pericoloso per lasciargli accendere la miccia davanti alla macchina da presa.”

La decisione privò il film di quella che sarebbe stata una collaborazione storica davanti allo schermo, ma non cancellò la voce di Pryor. La sua impronta resta nel linguaggio, nella violenza delle battute e nel modo in cui il film smonta il paternalismo insieme al razzismo più dichiarato.

Un film che oggi probabilmente non finanzierebbero

Ogni volta che si parla di Mezzogiorno e mezzo di fuoco qualcuno ripete che oggi non potrebbe essere realizzato. È una frase diventata quasi automatica, spesso usata per lamentare genericamente il politicamente corretto. Ma il problema potrebbe essere un altro: il film difficilmente verrebbe finanziato perché è troppo anarchico, troppo imprevedibile e troppo poco disposto a rassicurare chiunque.

Non offre allo spettatore un bersaglio comodo e immobile. Comincia come western, diventa satira politica, passa per il musical, sfonda la quarta parete e termina letteralmente fuori dal proprio set. È un film che non rispetta nemmeno la realtà cinematografica nella quale dovrebbe svolgersi.

La sua scorrettezza non consiste semplicemente nell’impiego di parole oggi impronunciabili. Sta nel rifiuto di trattare il potere, il razzismo e la rispettabilità con deferenza. Brooks usa il cattivo gusto come un ariete e la volgarità come un solvente contro la retorica.

Tre film nei primi quindici

Il nuovo primo posto non è l’unico dato impressionante. Mel Brooks è l’unico regista presente con tre titoli nelle prime quindici posizioni della classifica AFI: oltre a Mezzogiorno e mezzo di fuoco, compaiono Per favore, non toccate le vecchiette all’undicesimo posto e Frankenstein Junior al tredicesimo.

Tre film diversissimi che condividono lo stesso principio: nessun genere cinematografico è sacro. Il western, il musical, il cinema horror classico, il nazismo, la rispettabilità, il buon gusto e persino il funzionamento stesso dello spettacolo possono essere smontati, deformati e restituiti al pubblico sotto forma di risata.

Più che un regalo di compleanno, il riconoscimento dell’AFI è una piccola rivincita della comicità irriverente. A distanza di oltre cinquant’anni, Mezzogiorno e mezzo di fuoco continua a far ridere e soprattutto continua a dare fastidio. Le mode comiche invecchiano. La satira, quando colpisce davvero il bersaglio, molto meno.

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