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Gli anni ’70: il decennio che ha inventato la commedia americana moderna

Gene Wilder, Peter Sellers, Woody Allen e John Belushi guardano Ghostbusters in televisione
Il futuro della commedia americana osservato dai suoi padri putativi. Elaborazione grafica Sagoma Magazine: chi sono?

Hollywood non se ne accorse subito. Era troppo impegnata a salutare il vecchio sistema degli studios, a inseguire gangster, detective paranoici, reduci del Vietnam e squali con un rapporto problematico con i bagnanti. Eppure, mentre tutti guardavano altrove, un gruppo di matti stava cambiando per sempre il modo in cui avremmo riso.

Gli anni Settanta non furono soltanto un grande decennio per la commedia americana. Furono il decennio in cui la commedia americana moderna venne inventata. Prima, naturalmente, c’erano stati Chaplin, Keaton, i fratelli Marx, Laurel e Hardy, Preston Sturges, Billy Wilder e una quantità di geni sufficiente a riempire un manicomio particolarmente ben scritto. Ma negli anni Settanta tutte quelle tradizioni finirono dentro un frullatore insieme alla controcultura, alla libertà sessuale, alla crisi politica e alla voglia di prendere a martellate qualsiasi certezza.

“Gli anni Settanta non produssero soltanto grandi commedie. Inventarono un nuovo modo di ridere.”

La New Hollywood viene raccontata quasi sempre attraverso Coppola, Scorsese, Spielberg, Lucas e Friedkin. Giustamente. Ma nello stesso momento un’altra rivoluzione stava insegnando al pubblico che si poteva ridere della guerra, del razzismo, della morte, della politica, del sesso, della religione e persino dei mostri sacri del cinema.

Una scena di MASH di Robert Altman
M*A*S*H di Robert Altman: la guerra trasformata in una festa anarchica e disperata.

M*A*S*H: ridere mentre tutto brucia

Il decennio comincia nel 1970 con M*A*S*H di Robert Altman, una commedia ambientata durante la guerra di Corea che nessuno interpretò davvero come un film sulla guerra di Corea. Il Vietnam era fuori dalla finestra e il pubblico lo sapeva benissimo.

Donald Sutherland ed Elliott Gould non interpretano eroi, ma chirurghi insofferenti, donnaioli, irresponsabili e abbastanza bravi da potersi permettere di sfidare ogni autorità. Altman li segue sovrapponendo dialoghi, demolendo la disciplina militare e trasformando l’ospedale da campo in una zona temporaneamente liberata dalla retorica.

La grande novità non è soltanto che il film faccia ridere della guerra. È che rifiuti di spiegare allo spettatore quando ridere e quando indignarsi. Le due cose accadono insieme. Da quel momento la commedia americana non sarà più obbligata a scegliere tra leggerezza e serietà.

Woody Allen in Bananas
Woody Allen in Bananas: rivoluzione politica, banane e occhiali con montatura assicurata.

Woody Allen mette gli occhiali alla nevrosi

Nel 1971 Woody Allen gira Bananas e prende la comicità dei fratelli Marx, la getta dentro una rivoluzione latinoamericana immaginaria e aggiunge un protagonista incapace di gestire una conversazione, figuriamoci un colpo di Stato.

Allen non inventò la nevrosi. Ebbe però la cortesia di darle una montatura nera, una pessima postura e il diritto di parola. Con Il dormiglione, Amore e guerra e infine Io e Annie, trasformò l’insicurezza, il fallimento sentimentale e l’autocommiserazione in materiale comico universale.

Nello stesso periodo Peter Bogdanovich recuperava la screwball comedy con Ma papà ti manda sola?, dimostrando che si poteva tornare alla velocità e all’eleganza della Hollywood classica senza limitarsi a imbalsamarla. La tradizione non veniva celebrata: veniva rimessa in moto.

“Woody Allen non inventò la nevrosi. Ebbe semplicemente la cortesia di metterle un paio di occhiali.”

La commedia diventava personale, autoriale e riconoscibile. Non era più necessario nascondere l’autore dietro il meccanismo narrativo: le sue paure, ossessioni e contraddizioni potevano diventare il meccanismo narrativo.

Gene Wilder e Peter Boyle in Frankenstein Junior
Gene Wilder e Peter Boyle in Frankenstein Junior, il laboratorio più divertente della storia del cinema.

Il 1974: Mel Brooks sfida il buon Dio

Se esiste un anno capace di giustificare da solo l’intero decennio, è senz’altro il 1974. Nel giro di pochi mesi Mel Brooks porta nelle sale Mezzogiorno e mezzo di fuoco e Frankenstein Junior. Due capolavori nello stesso anno: una condotta che oggi verrebbe probabilmente vietata dalle assicurazioni.

In Mezzogiorno e mezzo di fuoco Brooks prende il western, il genere fondativo dell’identità americana, e lo usa per demolire razzismo, virilità, ipocrisia e retorica della frontiera. Nel secondo ricostruisce con precisione filologica l’universo gotico della Universal e poi lascia che Gene Wilder, Marty Feldman, Peter Boyle, Madeline Kahn e Cloris Leachman lo mandino gloriosamente fuori controllo.

Frankenstein Junior non è soltanto una parodia. È un film che ama così profondamente il proprio bersaglio da potersi permettere di strappargli i bulloni. Brooks capì che la vera parodia non nasce dal disprezzo, ma dalla conoscenza: prima si impara come funziona una macchina, poi la si fa esplodere.

Perché il 1974 è un anno quasi indecente

  • Mel Brooks realizza nello stesso anno Mezzogiorno e mezzo di fuoco e Frankenstein Junior.
  • Gene Wilder è protagonista e coautore di uno dei film comici più citati e amati di sempre.
  • La parodia dimostra di poter essere popolare, colta, politicamente feroce e tecnicamente impeccabile.
  • Da quel momento nessun genere cinematografico può più considerarsi al sicuro.
Ruth Gordon e Bud Cort in Harold e Maude
Ruth Gordon e Bud Cort in Harold e Maude: quando la morte incontrò la commedia e ne uscì sorprendentemente bene.

La commedia scopre di poter diventare adulta

Harold e Maude di Hal Ashby racconta l’incontro tra un ragazzo ossessionato dalla morte e una donna anziana innamorata della vita. Sulla carta potrebbe sembrare il soggetto respinto di un film terapeutico particolarmente molesto. Sullo schermo diventa invece una delle storie d’amore più libere, tenere e sovversive del cinema americano.

Gli anni Settanta permettono alla commedia di frequentare territori che fino a poco prima sarebbero stati considerati incompatibili con la risata: depressione, solitudine, fallimento, alienazione, sesso, vecchiaia. Non per rendere tutto più leggero, ma per rendere tutto più vero.

Questa libertà produrrà una forma di comicità capace di far ridere e lasciare contemporaneamente una specie di livido. È la stessa lezione che, molti anni dopo, verrà raccolta dalle migliori sitcom: personaggi ridicoli, imperfetti e spesso infelici ai quali il pubblico finisce comunque per voler bene.

Una scena di Animal House
Animal House: l’università americana come territorio occupato da John Belushi.

Poi arrivò John Belushi e finì ogni discussione

Nel 1978 Animal House fa irruzione nelle sale e la commedia americana smette definitivamente di chiedere il permesso. John Landis, il National Lampoon e soprattutto John Belushi trasformano la vita universitaria in una guerra civile combattuta con toga, birra, cibo e totale disprezzo per qualsiasi forma di decoro.

Bluto non è costruito come un personaggio tradizionale. È una forza naturale. Non entra in una scena: la occupa. Belushi possiede una fisicità capace di far ridere prima ancora che apra bocca e una violenza comica che sembra provenire direttamente dal cinema muto, dopo una sosta poco raccomandabile negli scantinati del rock.

“John Belushi non entrava in una scena. La occupava militarmente.”

Da Animal House nascerà buona parte della commedia degli anni Ottanta. Senza quel film sarebbe difficile immaginare The Blues Brothers, Ghostbusters e l’intera generazione cresciuta tra il Saturday Night Live e il cinema di gruppo.

Peter Sellers in Oltre il giardino
Peter Sellers in Oltre il giardino: l’innocenza scambiata per saggezza, con risultati molto simili alla politica reale.

Peter Sellers chiude il decennio camminando sull’acqua

Nel 1979 Hal Ashby – sì, sempre lui! – dirige Oltre il giardino e affida a Peter Sellers il personaggio di Chance, un giardiniere che conosce il mondo quasi esclusivamente attraverso la televisione e viene scambiato dall’élite politica per un pensatore di straordinaria profondità.

È una delle satire più sottili mai realizzate sul potere, sui media e sulla disperata tendenza degli esseri umani a vedere intelligenza ovunque venga pronunciata una frase abbastanza lentamente. Sellers elimina quasi ogni segno della propria prodigiosa tecnica e costruisce un personaggio apparentemente vuoto sul quale tutti proiettano ciò che desiderano.

Il decennio si chiude così: non con un’esplosione, ma con un uomo che attraversa il mondo senza comprenderlo e viene premiato proprio per questo. Difficile immaginare un finale più elegante. O più profetico.

Ghostbusters, The Blues Brothers, Seinfeld e Friends
L’eredità: Ghostbusters, The Blues Brothers, Seinfeld e Friends.

Tutto quello che venne dopo

Negli anni Ottanta la lezione degli anni Settanta diventa industria. John Landis porta Belushi e Dan Aykroyd sulle strade di Chicago. Harold Ramis, Ivan Reitman, Bill Murray e lo stesso Aykroyd trasformano un gruppo di acchiappafantasmi in una delle commedie più amate della cultura pop. Più tardi, Seinfeld farà della nevrosi una scienza esatta e Friends trasformerà un gruppo di adulti incompleti in una famiglia universale.

Non significa che tutto sia nato dal nulla nel 1970 o che prima non esistesse la modernità. Significa che in quel decennio le diverse correnti della comicità americana — slapstick, satira, parodia, screwball, umorismo ebraico, controcultura, televisione e stand-up — si incontrarono senza chiedere il permesso a nessuno.

Da qualche parte, in un soggiorno immaginario, Gene Wilder, Peter Sellers, Woody Allen e John Belushi stanno ancora guardando Ghostbusters in televisione. E continuano a ridere. Del resto, il futuro della commedia lo avevano già scritto loro, cinquant’anni fa.

Molti dei film e degli autori citati sono presenti nel lavoro di conservazione e valorizzazione del National Film Registry della Library of Congress, che raccoglie opere considerate culturalmente, storicamente o esteticamente significative.

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