SCTV: la più grande serie di cui non hai mai sentito parlare
Scheda
La nostra recensione di SCTV: la più grande serie di cui non hai mai sentito parlare parte da un paradosso. Per raccontare una delle trasmissioni più influenti nella storia della comicità televisiva, Netflix ha realizzato un documentario che rischia di interessare soprattutto chi quella storia la conosce già. Il titolo, almeno per il pubblico italiano, è quasi certamente esatto. Il problema è che il film di Jason Hehir sembra dare per scontato che, una volta pronunciati i nomi di John Candy, Eugene Levy, Catherine O’Hara, Martin Short e Rick Moranis, il resto venga da sé.
Eppure SCTV è stata una delle grandi officine della comicità nordamericana. Nata nel 1976 dall’esperienza teatrale della Second City di Toronto, la serie immaginava le trasmissioni di una scalcinata emittente locale, popolata da conduttori improbabili, personaggi ricorrenti, programmi assurdi e pubblicità fasulle. Era una televisione che prendeva in giro la televisione, con una libertà creativa favorita anche dalla povertà dei mezzi. Dove il più celebre Saturday Night Live guardava spesso all’attualità e alla politica, SCTV costruiva un’intera realtà parallela, nella quale ogni parodia poteva diventare il punto di partenza per un’altra.
Il documentario racconta questa avventura attraverso filmati d’archivio e una rimpatriata dei protagonisti, che rivedono insieme alcuni dei loro sketch più celebri. Sono proprio questi i momenti migliori. Le risate di chi ricorda, le interruzioni, i dettagli che riaffiorano dopo decenni restituiscono qualcosa che nessuna ricostruzione storica potrebbe ottenere: la sensazione di trovarsi nella stanza in cui quelle idee nascevano.
La presenza di Catherine O’Hara, scomparsa nel gennaio 2026, aggiunge oggi un’emozione particolare a quelle immagini. E le assenze di John Candy, Joe Flaherty e Harold Ramis ricordano quanto tempo sia trascorso da quella stagione irripetibile.
Una televisione dentro la televisione
SCTV aveva un’intuizione formidabile: anziché presentare una successione di sketch indipendenti, inventava un’emittente con una propria programmazione. I personaggi potevano tornare, incrociarsi, abitare trasmissioni differenti. Il pubblico finiva per conoscere quel mondo come avrebbe conosciuto quello di una sitcom.
Da qui passarono alcune delle personalità più importanti della comicità americana degli ultimi cinquant’anni. John Candy portava una fisicità irresistibile e una sorprendente delicatezza; Eugene Levy possedeva un talento particolare per i personaggi pomposi e inconsapevoli; Catherine O’Hara trasformava le caricature in creature dotate di una logica tutta loro. Accanto a loro, Andrea Martin, Dave Thomas, Rick Moranis, Joe Flaherty e Martin Short contribuirono a costruire un linguaggio riconoscibile, capace di influenzare la televisione comica successiva.
Il film recupera numerosi sketch e lascia che siano spesso le immagini a spiegare il talento del gruppo. Ma qui emerge anche il suo limite: per apprezzare pienamente certe parodie occorre conoscere la televisione nordamericana degli anni Settanta e Ottanta, i suoi divi, le sue pubblicità, le sue convenzioni. La comicità invecchia in modo diverso dalla musica o dal cinema: una battuta costruita su un riferimento televisivo dimenticato può perdere buona parte della propria efficacia, anche quando la scrittura rimane eccellente.
Una rimpatriata per iniziati
Jason Hehir, già regista di The Last Dance, privilegia il racconto corale e la dimensione affettiva. Il risultato è piacevole, spesso divertente, e beneficia di testimonianze di ammiratori illustri come Tom Hanks, Conan O’Brien, Bill Hader e Bob Odenkirk. Sentirli raccontare quanto SCTV abbia contato nella loro formazione è una conferma del prestigio conquistato dalla serie.
Ma l’ammirazione prende spesso il posto dell’analisi. Il documentario dedica relativamente poco spazio al funzionamento della scrittura collettiva, ai rapporti tra gli autori, alle scelte che resero innovativa quella struttura televisiva. Anche le tensioni interne, compreso il successo dei personaggi Bob e Doug McKenzie interpretati da Rick Moranis e Dave Thomas, vengono affrontate senza soffermarsi troppo sulle loro conseguenze.
Ne deriva un film che celebra splendidamente una comunità artistica, ma che avrebbe potuto spiegare meglio come quella comunità lavorasse. Per chi conosce SCTV, ottantotto minuti passano in fretta. Per chi ne ignora completamente l’esistenza, alcuni passaggi possono somigliare a una festa di vecchi amici nella quale tutti continuano a ricordare episodi divertentissimi senza raccontarli fino in fondo.
Un documentario arrivato tardi
C’è infine una vicenda produttiva che rende il film particolarmente curioso. Nel 2018 Martin Scorsese aveva girato una lunga riunione del cast a Toronto, destinata a un progetto Netflix intitolato An Afternoon with SCTV. Quel documentario, annunciato e poi rinviato, non è mai stato distribuito.
Il film di Hehir arriva otto anni dopo, quando alcuni dei protagonisti non ci sono più. La riunione assume così un significato diverso: conserva le voci di chi ha costruito quella stagione televisiva e restituisce, almeno per qualche momento, il piacere di vederli lavorare insieme.
La memoria della comicità è fragile, soprattutto quando dipende da trasmissioni difficili da recuperare e da riferimenti culturali che il tempo cancella. SCTV merita di essere ricordata e, possibilmente, scoperta da un pubblico nuovo. Il film di Hehir offre un buon punto di partenza, a patto di accettarne il carattere piuttosto esclusivo. Gli appassionati di storia della comicità troveranno parecchio materiale prezioso e qualche momento di autentica emozione. Gli altri potrebbero uscire dalla visione con una domanda ancora aperta: perché questa serie era così importante?
La risposta, fortunatamente, si trova soprattutto negli sketch originali.
Il trailer ufficiale
Perché vederlo
Per ritrovare una compagnia di talenti straordinari, scoprire sketch che hanno influenzato la comicità americana e ascoltare i protagonisti raccontare una stagione creativa difficilmente ripetibile. Per gli appassionati, la rimpatriata vale già buona parte della visione.
Potrebbe non piacerti se…
Non conosci SCTV e cerchi un documentario che ne ricostruisca con precisione la storia e le innovazioni. Molti riferimenti presuppongono una familiarità con la televisione americana dell’epoca e l’analisi dei meccanismi comici rimane piuttosto superficiale.
Cruscotto della comicità
Verdetto
7/10 — ★★★☆☆Un documentario prezioso per gli appassionati di comicità americana, divertente e affettuoso, ma costruito soprattutto per chi conosce già i suoi protagonisti. Il piacere della rimpatriata è contagioso; l’approfondimento storico, invece, avrebbe meritato maggiore spazio. SCTV resta una scoperta da fare, anche dopo aver visto il film.
