Roast in peace 2
Il roast trova finalmente casa anche in Italia: feroce, scritto bene e affidato a una generazione di comici che possiede gli strumenti per farlo funzionare.
Scheda
Titolo: Roast in Peace 2
Conduce: Michela Giraud
Comici: Stefano Rapone, Eleazaro Rossi, Max Angioni, Martina Catuzzi
Protagonisti: Fedez, Alessandro Borghese, Simona Ventura, Giuseppe Cruciani, Asia Argento
Genere: Comedy show, roast
Paese: Italia
Anno: 2026
Episodi: 6
Produzione: Stand By Me in collaborazione con Prime Video
Disponibile dal: 18 settembre 2026
Piattaforma: Prime Video
La nostra recensione di Roast in Peace 2 può partire da una constatazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata piuttosto improbabile: il roast, finalmente, funziona anche in italiano. Non perché sia diventato più educato, più rassicurante o più vicino alla nostra tradizione televisiva. Esattamente il contrario. Funziona perché ha smesso di chiedere scusa per quello che è: un rituale comico nel quale una persona accetta volontariamente di sedersi al centro della stanza mentre tutti gli altri cercano il modo più brillante possibile per massacrarla.
La seconda stagione del comedy show di Prime Video sembra molto più consapevole della prima. La cornice rimane quella del funerale: cinque personaggi pubblici – Fedez, Alessandro Borghese, Simona Ventura, Giuseppe Cruciani e Asia Argento – assistono da vivi alla propria cerimonia funebre, mentre quattro comici ne celebrano la memoria nel modo meno rispettoso possibile. Michela Giraud officia il rito e tiene insieme il tutto con una qualità che in un programma del genere è decisiva: sa perfettamente quando intervenire e, soprattutto, quando togliersi di mezzo.
La trovata funebre continua a essere eccellente perché traduce immediatamente per il pubblico italiano un genere che appartiene a un’altra storia dello spettacolo. L’eleganza posticcia della cerimonia, i necrologi trasformati in attacchi personali, il “defunto” costretto ad ascoltare: la solennità della morte diventa il contrappunto ideale alla brutalità delle battute.
Prima di Roast in Peace: che cos’è davvero un roast?
Per capire perché Roast in Peace rappresenti qualcosa di relativamente nuovo per lo spettacolo italiano bisogna tornare negli Stati Uniti. La tradizione moderna del roast affonda le radici nel Friars Club di New York, nato all’inizio del Novecento nell’ambiente teatrale e dello show business. Le cene celebrative del club diventarono progressivamente occasioni nelle quali l’ospite d’onore veniva “celebrato” attraverso battute, allusioni e insulti. Il meccanismo era già quello che conosciamo oggi: l’aggressione verbale come forma paradossale di omaggio.
Il passaggio decisivo avvenne quando quel rito sostanzialmente interno allo show business arrivò in televisione. Negli anni Settanta i Dean Martin Celebrity Roasts portarono il genere nelle case americane: attori, cantanti e celebrità sedevano al centro della scena mentre colleghi e comici li sottoponevano a una demolizione pubblica, naturalmente concordata. Decenni dopo Comedy Central avrebbe aggiornato la formula rendendola più aggressiva, esplicita e contemporanea e trasformando i celebrity roast in appuntamenti popolarissimi.
Il principio, però, non è mai cambiato. Nel roast l’insulto non rappresenta un incidente di percorso e neppure una trasgressione rispetto alle regole: è la regola. La libertà concessa al comico deriva dal consenso del bersaglio e dalla consapevolezza del pubblico. Si può ridere di età, carriera, fallimenti, scandali, aspetto fisico e vita privata proprio perché tutti sanno di trovarsi dentro una convenzione. Senza quel patto rimarrebbe soltanto la cattiveria.
Perché in Italia il roast non attecchiva
Non è che in Italia nessuno ci avesse pensato. Il linguaggio del roast ha fatto capolino diverse volte, soprattutto intorno all’universo di Comedy Central, ma per molto tempo è rimasto un esperimento, un segmento o qualcosa da adattare prima di poterlo mostrare al pubblico. È significativo il caso di The Roast of Italy, affidato nel 2020 a Francesco De Carlo: il nome dichiarava apertamente la parentela americana, ma il meccanismo era completamente diverso. A essere “arrostiti” erano l’Italia e i vizi degli italiani, attraverso esperienze, interviste e stand-up, non una celebrità consegnata a un gruppo di comici.
In un certo senso, proprio quella trasformazione raccontava la difficoltà di importare il format originale. La tradizione comica italiana si è costruita a lungo intorno al personaggio, alla macchietta, all’imitazione, al cabaret e alla commedia, molto meno intorno a quella forma di monologo personale e aggressivo dalla quale il roast trae gran parte dei propri interpreti. Servivano inoltre personaggi famosi disposti ad accettare pubblicamente il gioco e un pubblico capace di distinguere l’insulto reale dall’insulto performativo.
Qualcosa è cambiato con la crescita della stand-up comedy italiana. Negli ultimi anni è maturata una generazione di autori e performer abituata a parlare con la propria voce, a scrivere senza nascondersi dietro un personaggio e a frequentare territori nei quali scorrettezza, disagio e provocazione fanno parte degli strumenti del mestiere. È forse questa la vera ragione per cui oggi un programma come Roast in Peace può esistere senza sembrare la copia scolastica di qualcosa visto negli Stati Uniti.
Non è un caso che nel 2026 persino Greg abbia portato a teatro un proprio Celebrity Roast, mettendosi personalmente a disposizione degli ospiti chiamati a “roastarlo”. Segnali diversi dello stesso fenomeno: un linguaggio che per decenni è rimasto quasi alieno alla nostra comicità sta cominciando ad avere interpreti, bersagli e pubblico.
Finalmente i comici giusti
Ed è qui che Roast in Peace 2 compie il salto. Stefano Rapone ed Eleazaro Rossi arrivano dalla prima stagione conoscendo ormai perfettamente il campo da gioco; Max Angioni e Martina Catuzzi non sembrano innesti inseriti per cambiare il cast, ma due registri ulteriori che aumentano le possibilità dello show. Le quattro voci sono abbastanza diverse da evitare uno dei rischi peggiori del roast: ascoltare quattro variazioni della stessa battuta cattiva.
Rapone possiede quella capacità di rendere ancora più violento un pensiero attraverso la sua apparente assenza di partecipazione emotiva. Rossi lavora invece benissimo sull’attacco frontale. Angioni porta una costruzione più mobile e imprevedibile, mentre Catuzzi trova il proprio spazio senza dover imitare il tono dei colleghi. Il risultato è un gruppo nel quale la diversità degli stili diventa parte della scrittura del programma.
Al centro rimane Michela Giraud, che ha probabilmente trovato uno dei ruoli televisivi più adatti alle proprie caratteristiche. È comica abbastanza da poter entrare nel gioco, ma soprattutto è intelligente abbastanza da capire che non deve vincerlo. Introduce, rilancia, assorbe gli imprevisti e restituisce continuamente allo spettacolo quella finta solennità che rende ancora più efficace ciò che arriva subito dopo.
Il bersaglio è metà dello spettacolo
C’è poi una componente che rende inevitabilmente diseguale ogni roast: non tutti i bersagli offrono lo stesso materiale e non tutti lo ricevono nello stesso modo. Una parte del divertimento dipende perfino da quanto lo spettatore conosca il personaggio al centro della puntata. Una battuta su una vicenda pubblica riconoscibile può essere devastante per chi possiede il riferimento e quasi neutra per chi non lo possiede.
La selezione di questa stagione è particolarmente felice proprio perché mette insieme cinque figure diversissime e con biografie mediatiche molto esposte. Fedez, Borghese, Ventura, Cruciani e Argento arrivano sul palco portandosi dietro decenni complessivi di televisione, polemiche, formule diventate tormentoni, successi, cadute e reinvenzioni. Il programma può permettersi così di cambiare bersaglio senza cambiare meccanismo.
Qualche esempio basta. Giuseppe Cruciani diventa materiale ideale per una comicità che può lavorare sulla sua immagine pubblica senza quasi bisogno di presentazioni; Simona Ventura offre ai comici una carriera televisiva sterminata sulla quale intervenire. Le battute più riuscite arrivano spesso proprio quando il personaggio riconosce immediatamente il punto debole sul quale il comico ha deciso di affondare. Raccontarne troppe sarebbe però il modo migliore per rovinare lo spettacolo: in un roast la sorpresa della formulazione conta almeno quanto il bersaglio.
Gli Inconsolabili: la novità meno necessaria
La principale riserva riguarda gli Inconsolabili, persone realmente vicine ai protagonisti che intervengono a sorpresa durante il loro funerale. L’idea ha una logica evidente: introdurre qualcuno che conosca intimamente il “defunto” significa potenzialmente avere accesso a materiale che i comici non possiedono.
Ma proprio qui il format talvolta perde qualcosa. Il cuore di Roast in Peace è il confronto quasi rituale tra il bersaglio e chi è stato incaricato di colpirlo. L’arrivo dell’Inconsolabile può aggiungere un aneddoto o un momento inatteso, ma può anche interrompere un ritmo che non aveva bisogno di essere interrotto. È una novità che non danneggia la stagione, semplicemente non appare indispensabile.
La cattiveria è una cosa seria
Il risultato complessivo, invece, è notevole. Soprattutto perché Roast in Peace 2 dimostra una cosa che dovrebbe essere ovvia ma che la televisione generalista ha spesso dimenticato: per fare comicità aggressiva servono ottimi autori e ottimi comici. Essere offensivi è facilissimo. Essere offensivi facendo ridere è molto più complicato.
Il roast vive esattamente in quella distanza. La battuta deve arrivare abbastanza lontano da provocare una reazione, ma deve possedere una costruzione comica abbastanza forte da rendere evidente perché sia stata pronunciata. Quando il meccanismo riesce, ridono il pubblico, gli altri comici e soprattutto la persona appena massacrata. È quella risata a chiudere il contratto.
Ed è forse questo il risultato più interessante della seconda stagione: non sembra più necessario spiegare continuamente agli spettatori italiani che cosa sia un roast. Il programma può finalmente limitarsi a farlo.
Perché vederlo
Perché è uno dei casi più convincenti in cui la nuova stand-up italiana incontra un vero format televisivo senza essere addomesticata. E perché Rapone, Rossi, Angioni e Catuzzi dimostrano che oggi esistono finalmente anche da noi interpreti capaci di sostenere il linguaggio del roast.
Potrebbe non piacerti se…
Consideri alcuni argomenti incompatibili con la comicità o non ami l’insulto come linguaggio performativo. Il roast vive deliberatamente oltre il confine della buona educazione: se quel patto non viene accettato, buona parte del meccanismo viene meno.
Cruscotto della comicità
Verdetto
Roast in Peace 2 è la dimostrazione che il roast può finalmente parlare italiano senza perdere la propria ferocia. La seconda stagione affina il meccanismo, trova un quartetto di comici eccellente e conferma Michela Giraud come officiante ideale. Gli Inconsolabili non sono sempre necessari e la resa cambia inevitabilmente con il bersaglio, ma sono riserve marginali davanti a uno show che fotografa soprattutto una trasformazione importante: dopo anni di tentativi, la nuova generazione della stand-up italiana ha finalmente prodotto le voci capaci di far funzionare anche da noi uno dei riti più spietati della comicità americana.
