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Il film che descrive meglio l’America? Idiocracy!

Scena dal film Idiocracy
Idiocracy di Mike Judge, 2006.

Che il film scelto dai lettori del New York Times per raccontare l’America dei suoi 250 anni sia Idiocracy non è soltanto una curiosità da cinefili. È una diagnosi culturale. Secondo quanto riportato da Deadline, il film di Mike Judge è stato il titolo più citato in un sondaggio rivolto ai lettori del quotidiano americano sui film capaci di rappresentare meglio l’esperienza statunitense.

Uscito nel 2006 e accolto all’epoca quasi come un oggetto marginale, Idiocracy immaginava un futuro in cui anti-intellettualismo, volgarità, dominio corporativo, collasso del linguaggio e incompetenza istituzionalizzata avevano trasformato gli Stati Uniti in una distopia grottesca. Vent’anni dopo, molti spettatori non sembrano più leggerlo come fantascienza comica, ma come una satira diventata inquietantemente familiare.

I film più citati nel sondaggio

  1. Idiocracy di Mike Judge
  2. Il padrino di Francis Ford Coppola
  3. Easy Rider di Dennis Hopper
  4. American Graffiti di George Lucas
  5. Fa’ la cosa giusta di Spike Lee
  6. Quinto potere di Sidney Lumet
  7. Furore di John Ford
  8. Il buio oltre la siepe di Robert Mulligan
  9. Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick

Classifica ricavata dalle fonti accessibili. L’articolo originale del New York Times è riservato agli abbonati e noi siamo dei barboni.

“La cosa più inquietante di Idiocracy è che oggi sembra meno una profezia che uno specchio deformante.”

Naturalmente il valore di una classifica del genere non sta nella precisione scientifica. Sta nel sintomo. Se migliaia di lettori scelgono una commedia distopica sulla stupidità di massa per rappresentare il proprio Paese, il dato interessante non è solo cinematografico. È politico, sociale, quasi antropologico.

La satira che ha smesso di sembrare esagerata

Il film di Judge funzionava perché portava all’estremo una tendenza già visibile: la trasformazione dell’ignoranza in spettacolo, della comunicazione pubblica in slogan, della competenza in fastidio, della politica in intrattenimento muscolare. Nel suo futuro demente, l’America è governata da figure caricaturali, parla per slogan pubblicitari, cura i campi con bevande energetiche e confonde l’autorità con il rumore.

La domanda, oggi, è perché quella caricatura sembri meno distante. Il successo di Idiocracy nel sondaggio del New York Times racconta una percezione diffusa: l’idea che gli Stati Uniti abbiano attraversato una fase di abbassamento brutale del discorso pubblico, segnata da polarizzazione, disinformazione, violenza verbale, culto della forza, anti-intellettualismo e sospetto verso ogni forma di competenza.

In questo senso, il film non “prevede” il presente. Fa qualcosa di più interessante: offre una forma comica a un disagio reale. E la comicità, quando funziona, non addolcisce quel disagio. Lo rende visibile.

“Quando la realtà raggiunge la parodia, la parodia cambia funzione: non fa più solo ridere, aiuta a nominare il disastro.”

L’America vista attraverso i suoi incubi

La presenza, dietro Idiocracy, di titoli come Il padrino, Easy Rider, American Graffiti, Fa’ la cosa giusta, Quinto potere e Furore è significativa. Sono film diversissimi, ma tutti raccontano una frattura del mito americano: la famiglia come potere criminale, la libertà come illusione, la nostalgia come costruzione, il razzismo come struttura, la televisione come macchina del cinismo, la povertà come trauma nazionale.

In questa compagnia, Idiocracy sembra quasi un intruso. È meno prestigioso, meno canonico, meno protetto dalla patina del capolavoro. Ma forse proprio per questo arriva più diretto. Non ha bisogno di solennità. Lavora per accumulo, per volgarità, per abbassamento. Porta il discorso al livello del rumore e mostra cosa resta quando quel rumore diventa sistema.

L’unica vera assenza che colpisce è forse quella di Civil War di Alex Garland. Se Idiocracy rappresenta il degrado culturale e politico attraverso la satira, Civil War ne mette in scena l’esito più radicale. Visti oggi, sembrano due facce della stessa inquietudine americana.

Il comico come allarme

Per Sagoma, la notizia è interessante proprio perché rimette la comicità al centro del discorso culturale. Non come evasione, non come genere minore, non come semplice intrattenimento. Una commedia può dire del presente quanto un dramma storico o un grande film politico. A volte può farlo perfino meglio, perché entra dove l’analisi seria arriva tardi: nella percezione comune, nel linguaggio quotidiano, nella sensazione che qualcosa sia già diventato assurdo prima ancora di essere spiegato.

Idiocracy non è il film più elegante sul destino dell’America. Non è il più complesso, né il più sottile. Ma il fatto che tanti lettori lo abbiano scelto come immagine del Paese dice qualcosa di preciso: il ridicolo, quando supera una certa soglia, non è più il contrario della tragedia. Ne diventa il vocabolario.

Che Idiocracy abbia conquistato il primo posto non dice soltanto qualcosa sul film di Mike Judge. Dice soprattutto qualcosa sul modo in cui una parte dell’America guarda oggi a se stessa.

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