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Addio alle mille voci di Giorgio Bracardi

Aveva inventato un uccellaccio del Nicaragua, un giornalista insopportabile e un fascista rimasto prigioniero dei propri slogan. Erano tutti personaggi radiofonici, tutti irresistibilmente molesti e tutti interpretati dalla stessa persona. Addio a Giorgio Bracardi, che con Alto Gradimento contribuì a insegnare alla radio italiana l’arte di perdere il controllo.

Ritratto illustrato di Giorgio Bracardi con occhiali scuri, completo e cravatta rossa, in stile acquerello su fondo rosso
Giorgio Bracardi in una rielaborazione illustrata per Sagoma Magazine.

Uno si chiamava Scarpantibus ed era un uccellaccio del Nicaragua. Un altro, Max Vinella, era un giornalista talmente petulante da sembrare la caricatura di un mestiere che, all’epoca, non aveva ancora raggiunto gli attuali livelli di autocaricatura. C’era poi Ermanno Catenacci, fascista irriducibile con la nostalgia del manganello, e il dottor Marsala, funzionario Rai perennemente afflitto da dolori e malanni. Tutti diversi, tutti riconoscibili, tutti usciti dalla stessa testa.

Quella di Giorgio Bracardi, morto il 12 ottobre 2026 a 93 anni. A voler trovare una definizione professionale, si potrebbe scegliere quella di attore comico. Ma sarebbe riduttivo per un artista che aveva cominciato come musicista e compositore, e che avrebbe fatto della propria voce uno strumento capace di produrre un’intera popolazione di squilibrati. Non aveva bisogno di costumi, scenografie, effetti speciali. Gli bastavano un microfono, qualche secondo e un’idea sufficientemente assurda.

Il caos aveva trovato casa in via Asiago

Nel 1970, quando Renzo Arbore e Gianni Boncompagni diedero vita ad Alto Gradimento, la radio italiana aveva ancora un rapporto piuttosto rispettoso con la propria funzione istituzionale. C’erano regole, scalette, annunciatori, tempi da rispettare. Il gruppo raccolto attorno ai due conduttori, con Mario Marenco e Bracardi tra i protagonisti, prese quelle convenzioni e cominciò a usarle come materiale comico.

Il risultato fu una trasmissione che sembrava continuamente sul punto di sfuggire di mano ai suoi stessi inventori. I personaggi interrompevano, invadevano, protestavano, deliravano. Il microfono diventava un luogo dove poteva succedere qualsiasi cosa, anche la più stupida, purché la stupidità fosse praticata con intelligenza.

Bracardi era particolarmente adatto a quel laboratorio. Le sue creature avevano voci, tic, cadenze e ossessioni personali. Non servivano presentazioni: bastava che aprissero bocca. Alcune erano costruite attorno a una deformazione del linguaggio, altre a un’idea fissa, altre ancora al contrasto fra l’autorità che pretendevano di rappresentare e la loro palese idiozia.

Ermanno Catenacci, per esempio, permetteva di ridicolizzare la retorica fascista facendola pronunciare a un personaggio che sembrava rimasto prigioniero del proprio passato. Il dottor Marsala trasferiva nel territorio del nonsense le nevrosi dell’apparato burocratico. Max Vinella trasformava l’invadenza del giornalista in una forma di persecuzione acustica.

E poi c’era Scarpantibus, forse la creazione più difficile da spiegare a chi non l’abbia mai ascoltata. Un uccello proveniente dal Nicaragua, inventato per un mezzo di comunicazione che non poteva mostrarlo. Il pubblico doveva immaginarselo. E la cosa funzionava benissimo.

La radio aveva un vantaggio decisivo sulla televisione: nessuno poteva dimostrare che quell’uccellaccio non esistesse.
Il nonsense di Bracardi e la libertà dell’immaginazione radiofonica.

Un musicista con il vizio del delirio

Giorgio Bracardi era nato a Roma il 3 maggio 1933, in una famiglia nella quale la musica era una faccenda quotidiana. La madre Edvige era soprano, il padre Glauco tenore; anche il fratello Franco avrebbe costruito una lunga carriera musicale e televisiva.

Giorgio studiò pianoforte, lavorò come compositore per la RCA e partecipò al Festival di Sanremo in veste di autore. È un particolare importante per comprendere la sua comicità. Bracardi possedeva un senso molto preciso del tempo, delle pause e delle ripetizioni. I suoi tormentoni funzionavano anche perché erano costruiti come piccoli motivi musicali: una frase, un accento, un’improvvisa accelerazione, una reiterazione sempre più esasperata.

L’apparente anarchia nascondeva un grande controllo dello strumento vocale. Non era nemmeno indispensabile che le parole avessero un significato preciso. Talvolta bastava il suono, il modo in cui venivano pronunciate, l’insistenza con cui un personaggio tornava sempre sul medesimo concetto. Bracardi aveva capito quanto potesse essere comico un essere umano incapace di uscire dalla propria ossessione.

Giorgio Bracardi durante una manifestazione pubblica, accanto a un cartello dedicato a Clint Eastwood
Giorgio Bracardi durante una manifestazione a Roma nel 1986. Fonte della fotografia di riferimento: indeciso42 / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0. Rielaborazione grafica.

Dalla radio alla televisione, portandosi dietro i matti

Il passaggio al piccolo schermo gli offrì altre occasioni per mettere alla prova quella galleria di personaggi. Nel 1979, nella trasmissione Tutti insieme compatibilmente con Nanni Loy, comparve il professor Aurelio Marcellini, monarchico e ultraconservatore, destinato a diventare uno dei suoi personaggi televisivi più popolari. Il tormentone «Chettefrega? Chettefrega?» entrò presto nel linguaggio degli spettatori.

Nel 1985 Bracardi ritrovò Arbore in Quelli della notte, altra trasmissione destinata a lasciare tracce profonde nella comicità televisiva italiana. In seguito arrivarono Pronto, chi gioca?, Chiappala chiappala, il personaggio di Lucio Smentisco a Striscia la notizia e, nel 2001, Stracult di Marco Giusti. Nel 2008 prestò persino la voce a Cattivik, il criminale dei fumetti creato da Bonvi.

La televisione gli diede un volto, naturalmente, ma il suo talento continuava a risiedere soprattutto nella voce. Le creature di Bracardi erano sufficientemente autonome da sopravvivere nella memoria collettiva anche lontano dal loro interprete. Lui aveva una capacità particolare: rendeva credibile l’assurdo attraverso una convinzione assoluta. I suoi personaggi non sembravano mai sapere di essere ridicoli. Ed era proprio questo a renderli esilaranti.

La comicità prima che qualcuno pensasse di metterla in ordine

Alto Gradimento precedeva di molti anni la comicità demenziale televisiva, l’irruzione sistematica del nonsense nei programmi popolari e una certa idea di improvvisazione comica che oggi diamo quasi per scontata. Bracardi e i suoi compagni lavoravano senza preoccuparsi troppo di definire un genere. Avevano scoperto che un personaggio assurdo, se costruito con sufficiente precisione, poteva diventare familiare a milioni di persone.

Naturalmente, non tutto il repertorio di Bracardi è invecchiato allo stesso modo. Alcune caricature risentono delle convenzioni e degli stereotipi del loro tempo. Ma ascoltare oggi quei programmi significa anche recuperare una stagione in cui il pubblico accettava di essere spiazzato, disorientato, perfino infastidito da personaggi che continuavano a parlare quando, secondo ogni ragionevole criterio, avrebbero dovuto tacere da un pezzo.

Bracardi apparteneva a una generazione di comici che conosceva il valore dell’eccesso e non aveva paura di risultare sgradevole. Il suo talento consisteva nel portare quel meccanismo fino al limite, talvolta anche oltre, con la precisione di un musicista e l’incoscienza apparente di chi si stesse divertendo più degli ascoltatori.

È un pezzo importante della storia della comicità italiana, quella che si è nutrita di maschere, personaggi e tormentoni. Un’eredità che continua anche attraverso generazioni successive: basti pensare all’esperienza televisiva di Enrico Beruschi, protagonista di un’altra grande stagione della risata popolare.

Al microfono, ancora una volta

Per ricordarlo si possono naturalmente rivedere le sue apparizioni televisive. Ma forse il modo migliore è recuperare una vecchia registrazione di Alto Gradimento, chiudere gli occhi e ascoltare.

In fondo, è anche questa la materia di cui sono fatti i tormentoni della comicità italiana: voci, espressioni e battute che continuano a circolare ben oltre la vita dei loro inventori.

Dopo pochi minuti, inevitabilmente, qualcuno comincerà a urlare, lamentarsi, protestare o pronunciare frasi incomprensibili. Gli altri cercheranno inutilmente di riportare la situazione alla normalità.

Giorgio Bracardi sarà di nuovo al microfono.