Robin Williams: “Il comico deve ricordare ai potenti che non sono divinità”
Dodici anni dopo la sua morte, Robin Williams continua a sembrare contemporaneo. Non perché il tempo abbia risparmiato tutti i suoi film, ma perché il suo modo di intendere la comicità — velocissimo, vulnerabile, anarchico — ha anticipato una parte importante del linguaggio comico che usiamo ancora oggi.
Dodici anni sono abbastanza perché un comico cominci a diventare repertorio. Le battute perdono contesto, le imitazioni smettono di essere riconoscibili, la velocità che sembrava rivoluzionaria finisce nei manuali. Con Robin Williams accade qualcosa di diverso. Quando parte, ancora oggi, sembra andare troppo veloce. Non per noi: per il tempo.
Williams morì l’11 agosto 2014, a sessantatré anni. Da allora la sua figura è stata spesso raccontata attraverso il contrasto più facile: l’uomo che faceva ridere tutti e nascondeva il proprio dolore. È una lettura comprensibile, ma riduttiva. La sua eredità artistica è molto più interessante della leggenda del clown triste. Sta nel modo in cui ha cambiato la relazione tra improvvisazione, recitazione e scrittura comica.
Prima del cinema c’era una macchina comica
Il pubblico mondiale lo conobbe come Mork, l’alieno arrivato sulla Terra con un linguaggio che sembrava assemblarsi mentre usciva dalla bocca. In Mork & Mindy, alla fine degli anni Settanta, Williams non si limitava a interpretare una sceneggiatura: la metteva continuamente sotto pressione.
Lo Smithsonian ricorda che buona parte dei suoi dialoghi veniva improvvisata. Gli autori impararono presto che scrivere per Williams significava anche lasciargli uno spazio nel quale distruggere e ricostruire la battuta. Il copione non era più soltanto una sequenza di parole da recitare, ma una struttura sulla quale l’attore poteva accelerare, deviare, imitare qualcuno, cambiare voce e tornare al punto di partenza prima che lo spettatore avesse capito esattamente cosa fosse successo.
Era una comicità fisica e verbale insieme. Un’associazione ne produceva un’altra, una parola accendeva un personaggio, il personaggio diventava un accento, l’accento un riferimento culturale e il riferimento una nuova battuta. L’impressione era quella di assistere non al risultato di un processo creativo, ma al processo creativo stesso.
Robin Williams: una carriera in cinque passaggi
- 1978: Mork & Mindy lo trasforma in un fenomeno televisivo internazionale.
- 1987: con Good Morning, Vietnam Hollywood capisce che la sua improvvisazione può reggere anche una struttura cinematografica complessa.
- 1989-1993: L’attimo fuggente, La leggenda del re pescatore, Aladdin e Mrs. Doubtfire mostrano quattro Williams quasi incompatibili tra loro.
- 1998: vince l’Oscar come miglior attore non protagonista per Will Hunting – Genio ribelle.
- Anni Duemila: Insomnia e One Hour Photo dimostrano quanto potesse essere inquietante quando decideva di non far ridere.
Quando Hollywood capì che non era soltanto un comico
Il passaggio decisivo non avvenne quando Williams smise di fare il comico, ma quando il cinema capì che la stessa sensibilità che alimentava la sua comicità poteva essere usata in direzione opposta.
In Good Morning, Vietnam la velocità verbale diventa parte del personaggio. Adrian Cronauer usa la radio militare per creare uno spazio di libertà nel mezzo di una macchina burocratica e bellica. La comicità non interrompe il dramma: lo rende più evidente. È proprio perché Williams riesce a generare euforia che il contrasto con la guerra acquista peso.
Due anni dopo, ne L’attimo fuggente, John Keating conserva l’ironia e la capacità di trasformare una lezione in una performance, ma la velocità è già più controllata. Williams comincia a capire che trattenersi può essere potente quanto esplodere.
Il vero virtuosismo di Williams non era parlare velocemente. Era sapere quando smettere.
La carriera successiva sarà continuamente attraversata da questa tensione. Da una parte l’artista che può riempire qualsiasi silenzio; dall’altra l’attore che scopre quanto possa essere significativo lasciarlo intatto.
È il motivo per cui il passaggio ai ruoli drammatici non appare, a distanza di anni, come un cambio di mestiere. Il Williams comico e quello drammatico lavorano sulla stessa materia: fragilità, paura, bisogno di contatto.
Il Genio che costrinse l’animazione a inseguirlo
Se esiste un ruolo che sintetizza la rivoluzione-Williams è probabilmente il Genio di Aladdin. Non soltanto perché appartiene a una delle stagioni più fortunate della Disney, ma perché il personaggio dimostra concretamente cosa accade quando un interprete comico entra nel processo creativo abbastanza presto da modificarlo.
Le sessioni di registrazione produssero una quantità enorme di materiale improvvisato. Disney ha ricordato che furono registrate oltre sedici ore di audio. Gli animatori non dovevano più semplicemente dare un corpo a battute già definitive: potevano reagire alle voci, ai personaggi e alle associazioni inventate da Williams. L’animazione cominciava a inseguire il doppiatore.
Oggi è normale costruire un film animato lasciando agli interpreti spazio per improvvisare, sporcare il dialogo e modificare il ritmo. All’inizio degli anni Novanta quella libertà aveva ancora qualcosa di destabilizzante. Il Genio non sembra mai recitare un testo: sembra scoprire il film insieme allo spettatore.
Far ridere i bambini senza diventare un comico per bambini
Negli anni Novanta Williams riuscì in un’operazione ancora più difficile: diventare una presenza familiare per un’intera generazione senza cancellare la propria natura di performer adulto.
Hook, Mrs. Doubtfire, Jumanji e lo stesso Aladdin entrarono nell’immaginario infantile, ma quasi sempre partendo da questioni tutt’altro che infantili: il tempo che passa, la separazione, la perdita, l’identità, il bisogno di essere riconosciuti dai propri figli.
In Mrs. Doubtfire, soprattutto, la trasformazione fisica e vocale produce una valanga di gag, ma al centro rimane un padre separato che non accetta di perdere il contatto con i figli. È una caratteristica decisiva di Williams: la comicità non elimina mai completamente la ferita dalla quale nasce.
Quando spegneva tutto
Per capire davvero quanto fosse tecnico il suo talento bisogna guardare i film nei quali rinuncia quasi completamente alla propria arma principale. In One Hour Photo Williams è immobile, controllato, socialmente invisibile. In Insomnia trasforma la gentilezza in qualcosa di ambiguo e minaccioso.
Il contrasto funziona perché lo spettatore conosce l’altra faccia. Siamo abituati a un uomo che riempie lo spazio e improvvisamente ci troviamo davanti qualcuno che non concede nulla. Anche questa sottrazione nasce dalla comicità: dall’esatta percezione del ritmo, delle attese, della durata di uno sguardo.
Non è casuale che l’Oscar sia arrivato con Will Hunting – Genio ribelle. Sean Maguire è forse uno dei personaggi meno esibizionisti della sua carriera. Williams vinse il premio come miglior attore non protagonista nel 1998 e lo fece con un ruolo costruito più sull’ascolto che sulla performance. Dopo anni passati a dimostrare di poter fare qualsiasi cosa, venne premiato per aver scelto esattamente quanto fare.
Il mestiere del buffone: dire al re che non è un dio
Williams aveva un’idea precisa della funzione del comico. Nell’intervista concessa a Paul Provenza per Satiristas! torna addirittura alla figura del buffone di corte: quello che poteva indicare al re debolezze e difetti, farlo ridere e, nello stesso tempo, ricordargli una cosa fondamentale: non sei un dio. In questa immagine c’è molto del suo modo di intendere il mestiere. Il comico non è necessariamente un predicatore e non deve fornire soluzioni; può però usare il privilegio della risata per togliere solennità al potere.
«Come comico, devi continuare a parlare di tutto, continuare a fare quello che fai, ovunque tu possa e in ogni modo possibile.»
Williams aggiunge che la comicità richiede coraggio. Chi parla viene attaccato, talvolta con violenza, ma proprio per questo non deve smettere. E subito dopo, quasi per impedire che il discorso diventi troppo nobile, chiude con una battuta oscena. È Williams in miniatura: una dichiarazione quasi programmatica sulla satira e, un secondo dopo, il sabotaggio della propria solennità.
Non è quindi casuale che una parte importante della sua attività fuori dal cinema sia stata legata alla comicità dal vivo e a occasioni nelle quali la risata diventava anche intervento pubblico.
La comicità come servizio
Per anni Williams fu, insieme a Billy Crystal e Whoopi Goldberg, uno dei volti del Comic Relief americano. L’idea era elementare e potentissima: utilizzare una serata di comicità per raccogliere fondi contro la povertà e la condizione delle persone senza dimora.
Comic Relief ha continuato a ricordare il ruolo storico di Williams, Crystal e Goldberg. Alla luce delle parole raccolte da Provenza, quell’impegno appare meno come un capitolo laterale della biografia e più come una conseguenza della sua idea del mestiere: la risata come linguaggio culturale, non come semplice interruzione della serietà.
Il collegamento fra palco e realtà emergeva anche nelle sue esibizioni per i militari americani. Williams scoprì che un pubblico direttamente coinvolto nelle guerre poteva accogliere anche battute dure sulla politica e sul governo. Ancora una volta, il punto non era trasformare il comico in un’autorità morale, ma preservargli il diritto — e quasi il dovere professionale — di parlare di tutto.
Tre cose che Robin Williams ha lasciato alla comicità
- L’improvvisazione come scrittura. Non un’aggiunta al testo, ma un metodo capace di modificarne struttura e ritmo.
- La permeabilità tra comico e attore. Williams ha mostrato che vulnerabilità e comicità non sono registri opposti, ma strumenti dello stesso interprete.
- La velocità senza cinismo. Poteva essere aggressivo, osceno, surreale e incontrollabile senza trasformare necessariamente il bersaglio della battuta in una vittima.
La morte e una storia raccontata troppo semplicemente
La morte di Williams è stata a lungo ricondotta soprattutto alla depressione. Oggi sappiamo che il quadro era più complesso. Negli ultimi mesi gli era stato diagnosticato il Parkinson, ma soltanto dopo la morte l’esame neuropatologico rivelò una grave malattia a corpi di Lewy.
Susan Schneider Williams ha successivamente raccontato in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Neurology il rapido deterioramento cognitivo, fisico e comportamentale del marito. Ricordarlo non significa trasformare una malattia nella spiegazione unica della sua morte, ma evitare la facile mitologia secondo cui il comico sarebbe necessariamente condannato a nascondere una disperazione dietro la risata.
Williams non è importante perché era triste mentre faceva ridere. È importante perché aveva compreso quanto vicine possano essere emozioni apparentemente incompatibili e aveva imparato a spostarsi continuamente dall’una all’altra.
Dodici anni dopo
Molti grandi comici lasciano battute. Altri lasciano personaggi. Robin Williams ha lasciato soprattutto un metodo di presenza: l’idea che il performer possa usare tutto ciò che possiede — voce, corpo, cultura, imitazione, improvvisazione, silenzio — senza preoccuparsi troppo dei confini tra i generi.
La sua influenza non si riconosce necessariamente nei comici che lo imitano. Quelli, anzi, rischiano spesso di riprodurne soltanto la superficie: la velocità, le vocine, l’energia. La vera eredità è altrove. Sta nell’idea che una performance possa sembrare completamente spontanea pur essendo sostenuta da un controllo tecnico enorme.
Dodici anni dopo, la cosa più sorprendente non è che Robin Williams faccia ancora ridere. È che continui a sembrare veloce. Molta comicità invecchia insieme al proprio tempo. La sua, nei momenti migliori, dà ancora l’impressione che sia lui ad aspettare che il presente riesca finalmente a raggiungerlo.
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