Mel Brooks The 99 Year Old Man
Scheda
C’è un momento, in Mel Brooks: The 99 Year Old Man!, in cui diventa evidente che Judd Apatow e Michael Bonfiglio non stanno semplicemente realizzando un documentario. Stanno restituendo un debito. E, in fondo, chiunque abbia amato la comicità americana ne ha uno nei confronti di Mel Brooks.
Non serviva certo un nuovo film per stabilire la grandezza dell’autore di Per favore, non toccate le vecchiette, Mezzogiorno e mezzo di fuoco, Frankenstein Junior, Alta tensione e Balle spaziali. Serviva, però, un’opera capace di riunire quasi un secolo di vita e di comicità senza trasformare Mel Brooks in una statua, in un monumento o, peggio ancora, in un santino.
Apatow e Bonfiglio fanno esattamente questo. Lasciano che Brooks racconti, ricordi, interrompa, esageri, reciti e soprattutto scherzi. A 99 anni è ancora perfettamente capace di occupare lo schermo, governare il tempo di una battuta e trasformare un ricordo personale in un numero comico.
Il documentario originale HBO in due parti attraversa l’infanzia a Brooklyn, la guerra, gli anni al fianco di Sid Caesar, l’amicizia con Carl Reiner, il cinema, Broadway e il lungo matrimonio con Anne Bancroft. Lo fa attraverso materiali d’archivio, testimonianze e conversazioni che non seguono soltanto una cronologia, ma ricostruiscono progressivamente il carattere dell’uomo dietro le opere.
Ne emerge un autore per il quale la comicità non è mai stata soltanto un mestiere. È stata una forma di difesa, un modo per affrontare il dolore, rovesciare l’autorità e togliere solennità a tutto ciò che pretendeva di essere intoccabile. Brooks ha scherzato sulla guerra, sui nazisti, sul razzismo, sulla religione, sulla storia del cinema e su sé stesso. Non perché nulla avesse importanza, ma perché la risata era il suo modo di impedire al mondo di diventare insopportabilmente serio.
Judd Apatow, ormai, è diventato il grande cantore contemporaneo della storia della comicità americana. Lo ha fatto con i suoi libri di conversazioni, con i documentari dedicati a Garry Shandling e George Carlin e con un lavoro costante di conservazione della memoria comica. Il suo non è mai lo sguardo distaccato dello storico: è quello di un autore che sa di appartenere alla storia che sta raccontando e che non nasconde la propria gratitudine.
Il suo amore per Mel Brooks traspare in ogni scelta. Non è un’ammirazione cieca, ma la consapevolezza che attraverso la vita di Brooks sia possibile raccontare una parte essenziale della cultura americana del Novecento. Il documentario diventa così anche una storia della televisione, del cinema, del teatro e del modo in cui la comicità ha accompagnato e spesso anticipato i cambiamenti della società.
Fra i moltissimi aneddoti, uno è una chicca assoluta. Dustin Hoffman avrebbe dovuto interpretare in Per favore, non toccate le vecchiette il ruolo di Franz Liebkind, poi affidato a Kenneth Mars. Hoffman rinunciò perché gli era stata offerta la parte da protagonista ne Il laureato.
La coincidenza diventa irresistibile quando si ricorda che nel film avrebbe recitato accanto ad Anne Bancroft, moglie di Mel Brooks. Hoffman abbandonò quindi il primo film diretto da Brooks per diventare celebre al fianco della donna che con Brooks condivideva la vita. La storia del cinema, qualche volta, sembra davvero scritta da un autore di commedie.
Ma il cuore del documentario non è costituito soltanto dalle curiosità. È nel rapporto fra Brooks e le persone che ha amato: Anne Bancroft, Carl Reiner, i figli e i collaboratori. Dietro la vitalità travolgente appare anche un uomo segnato dalle perdite, capace però di continuare a trasformare la malinconia in racconto e il racconto in risata.
È qui che il film diventa davvero commovente. Non perché cerchi facili lacrime, ma perché mostra quanto comicità e dolore siano sempre stati vicini nella vita di Brooks. La risata non cancella ciò che è stato perduto: permette di continuare a vivere dopo averlo perduto.
Le oltre tre ore del documentario scorrono con una leggerezza sorprendente. Il materiale è enorme, ma la struttura non assume mai il tono di una lezione. Apatow e Bonfiglio conoscono troppo bene il loro protagonista per costringerlo dentro una narrazione ordinata. Gli permettono di divagare, ripetere aneddoti, reinterpretarli e migliorare ancora una volta battute raccontate per decenni.
Proprio questa ripetizione diventa parte del fascino. Le storie cambiano leggermente nel tempo, ma il ritmo resta perfetto. Brooks ha raccontato alcuni episodi centinaia di volte eppure continua a presentarli come se fossero appena accaduti. È la differenza fra ricordare una battuta e saperla ancora recitare.
Mel Brooks: The 99 Year Old Man! riesce così nell’impresa più difficile: celebrare un gigante senza imbalsamarlo. Non mostra soltanto ciò che Brooks ha fatto, ma ciò che continua a essere. Un uomo curioso, indisciplinato, affamato di pubblico e ancora incapace di resistere alla possibilità di una risata.
Quando, dopo quasi un secolo, riesci ancora a far ridere raccontando il mondo e te stesso, forse hai davvero trovato un modo per diventare immortale. O almeno per rifiutarti, fino all’ultimo, di comportarti secondo la tua età.
Guarda il trailer ufficiale
Perché vederlo
- Per ascoltare Mel Brooks raccontare in prima persona quasi un secolo di comicità.
- Per il lavoro appassionato di Judd Apatow e Michael Bonfiglio.
- Per la quantità di materiali, testimonianze e aneddoti sorprendenti.
Potrebbe non piacerti se…
- Non ami i documentari molto estesi e divisi in più parti.
- Preferisci un racconto rigidamente cronologico.
- Non hai alcuna familiarità con la storia della comicità americana.
Il cruscotto della comicità
Verdetto
Voto finale: 9,5/10
Mel Brooks: The 99 Year Old Man! è un documentario ricchissimo, divertente e profondamente affettuoso. Judd Apatow e Michael Bonfiglio celebrano Mel Brooks senza trasformarlo in un monumento e ci consegnano il ritratto vivo di un uomo che ha attraversato quasi un secolo continuando a usare la risata contro la paura, l’autorità e il dolore.
