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Alberto Patrucco, lo stand-up comedian inconsapevole

Alberto Patrucco
Alberto Patrucco. Foto di Luca Rossato.

Alberto Patrucco è una delle voci più originali della comicità italiana. Da oltre quarant’anni percorre una strada personale, lontana dalle mode e dalle etichette, intrecciando satira, teatro e canzone d’autore con uno stile inconfondibile. Dopo gli esordi nei cabaret milanesi ha costruito una carriera che lo ha portato sui palcoscenici di tutta Italia e in televisione, partecipando a programmi come Maurizio Costanzo Show, Colorado, Zelig, Stasera c’è Funari e Facciamo Cabaret, senza mai rinunciare a una cifra artistica personale. Parallelamente ha sviluppato un intenso lavoro di autore, scrittore e interprete dell’opera di Georges Brassens, al quale ha dedicato libri, traduzioni e spettacoli che uniscono parola e musica. Lo abbiamo incontrato per parlare del suo percorso artistico, del rapporto con Brassens e della comicità di ieri e di oggi, in un momento storico in cui la risata sembra cambiare forma, ma continua ad avere bisogno di intelligenza, ascolto e libertà.

Negli anni si è parlato di te come cabarettista, attore, autore, cantante. Se dovessi scegliere una sola definizione, quale ti rappresenta davvero e quale invece ti è sempre stata un po’ stretta?

Praticamente nessuna. Ho sempre cercato di maneggiare lo stesso approccio, coniugandolo in modi diversi. Non mi sono mai posto il problema di etichettarmi. Mi sono sempre posto il problema di esprimere un certo modo di intendere l’umorismo, l’emozione, l’ironia e la satira. Salvaguardare quello, più che trovare una definizione.

«Mi sono sempre posto il problema di esprimere un certo modo di intendere l’umorismo.»

Oggi si parla moltissimo di stand-up comedy, ma riguardando i tuoi spettacoli di trent’anni fa si ritrovano molti degli elementi tipici del genere: un uomo solo sul palco, una scrittura personale, satira, racconto autobiografico, pochi artifici scenici. Ti senti uno stand-up comedian inconsapevole, arrivato prima che in Italia si usasse questa etichetta?

Di sicuro non ho mai abbracciato quello che era lo stereotipo della comicità. Mi è sempre interessato far sorridere, ridere, perfino spanciarsi, ma non per prendere in ostaggio il pubblico: piuttosto per esprimere un punto di vista, qualche contenuto. Se quella che hai detto, però, è la definizione di stand-up, allora sì, il carattere è quello. Però continuo a rifuggire dalle etichette. Ero comunque diverso anche rispetto al cabaret tradizionale.

Nei tuoi spettacoli convivono ironia, poesia e musica. È una scelta naturale o il risultato di un lavoro continuo per evitare che la comicità diventi soltanto intrattenimento?

È nato quasi per reazione. Quando ho iniziato, soprattutto a Milano, c’era uno stereotipo: chi faceva cabaret aveva quasi sempre la chitarra. Spesso la chitarra finiva per prevalere sulla personalità del comico. Io la suonavo e mi è sempre piaciuta la musica, ma proprio per conquistare un’autonomia narrativa decisi, a malincuore, di toglierla. Dicevo sempre: “Se tutti vanno nella stessa direzione, è fastidioso trovare già coda in garage”.

Poi è successo il contrario: a un certo punto tutti hanno iniziato a parlare e io ho ripreso la musica, ma con un’altra idea. Non semplici canzoni, bensì canzoni importanti. È lì che entra Brassens: non per celebrarlo o farne un santino, ma per lasciare scivolare le sue canzoni dentro un monologo essenziale, senza fronzoli, travestimenti o artifici teatrali.

Che cosa pensi che il pubblico italiano colga di Georges Brassens attraverso il tuo lavoro?

Non ho mai avuto l’obiettivo di celebrarlo. Mi interessa far convivere il mio modo di raccontare l’oggi con canzoni che hanno più di settant’anni. È una suggestione che trovo molto stimolante. Di Brassens mi colpisce soprattutto il suo modo di scrivere: inarrivabile. C’è sempre l’ironia che fa capolino, ma soprattutto un modo unico di raccontare. Credo abbia ancora moltissimo da insegnare, anche a tanti autori contemporanei. Vale la pena frequentarlo, anche solo per scoprire uno dei grandi meccanismi di scrittura del Novecento.

Alberto Patrucco
Alberto Patrucco. Foto di Luca Rossato.

Tradurre e reinterpretare Brassens significa inevitabilmente riscriverlo. Quanto c’è di Brassens nelle tue versioni e quanto invece finisce per esserci di Alberto Patrucco?

Ci sono entrambe le cose. La materia è sua, ma inevitabilmente ci sono anch’io, perché bisogna adattare i testi conservando musicalità, metrica e rime. L’importante è riuscire a mantenere il suo spirito. Brassens non lanciava messaggi: suggeriva discorsi, apriva prospettive. Era un autore straordinario.

Naturalmente nella traduzione qualcosa si perde, perché le lingue sono diverse, ma forse si può anche guadagnare altro, purché si conservi il tratto originale. La sua scrittura è geniale: racconta vere storie, con un inizio, uno sviluppo e un finale spesso spiazzante. Dal punto di vista della costruzione narrativa è un meccanismo complicatissimo, ma all’ascolto arriva con una naturalezza impressionante.

«Per ridere bisogna capire. Se non capisci, non ridi.»

Oggi viviamo nell’epoca delle clip da pochi secondi e delle battute consumate sui social. C’è ancora spazio per una comicità che richieda tempo, ascolto e magari anche qualche secondo di silenzio?

Io frequento pochissimo i social, quindi non saprei giudicarli fino in fondo. Però credo che i meccanismi della comicità siano rimasti gli stessi. Per far ridere bisogna ancora riuscire a spiazzare. È quel tipo di risata che interessa a me. E per ridere bisogna capire. Se non capisci, non ridi. L’idea che si rida “per niente” non mi appartiene: la risata nasce sempre da un’intuizione.

Hai attraversato stagioni molto diverse dello spettacolo italiano. Qual è il cambiamento che ti ha sorpreso di più: quello del pubblico, dei comici o dei mezzi di comunicazione?

È cambiato il modo di proporsi, il modo di esporsi, sono cambiati i costumi. È cambiato praticamente tutto. Non voglio dire se sia un cambiamento in meglio o in peggio. Però continuo a pensare che le chiavi dell’umorismo, dell’ironia e della comicità, almeno per come le intendo io, siano rimaste sostanzialmente intatte.

L’ironia è ancora uno strumento efficace per leggere la realtà o oggi, tra polarizzazione e indignazione permanente, è diventato più difficile far sorridere senza essere fraintesi?

Credo che oggi ci sia una sorta di concorrenza sleale. Molte figure pubbliche, pur non essendo attori o comici, finiscono per superare la satira con il loro stesso modo di esporsi. Quando il “comico” è già al potere, inevitabilmente la satira entra un po’ in crisi.

«Quando il comico è già al potere, inevitabilmente la satira entra un po’ in crisi.»

Su che cosa è impegnato oggi Alberto Patrucco?

Continuo a portare avanti il mio lavoro e mi accorgo di avere ancora una certa vivacità nella scrittura. Cerco di evitare il personale, come ho sempre fatto, e continuo a inseguire quella risata “contromano”, quella che nasce dall’affrontare temi non scontati, non abusati. Non credo di essere cambiato molto. E penso di avere ancora qualcosa, più che da dire, da suggerire.

Quali saranno i prossimi appuntamenti estivi?

Il 16 luglio sarò a Rivoltella del Garda e il 24 luglio a Selvino, entrambi con il monologo. Poi, il 19 settembre a Sonico porterò in scena uno spettacolo a cui tengo molto perché riabbraccia la musica: un lavoro fatto di parola recitata e parola cantata, insieme ai miei musicisti.

Un appuntamento carino è anche qualche giorno prima, il 13 settembre al Daste Bergamo: in occasione del Cinemarcord 2026 ci saremo io e Flavio Oreglio che parleremo proprio dell’evoluzione del rapporto tra comicità e musica nella comicità italiana. E potrebbero confermare la loro presenza altri due nomi “frizzantini” nelle prossime settimane per un incontro davvero interessante. Mi sbilancio: unico.

Prossimi appuntamenti

16 luglio — Rivoltella del Garda

24 luglio — Selvino

13 settembre — Daste Bergamo, Cinemarcord 2026

19 settembre — Sonico

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